Artemisia Gentileschi: vita e opere della pittrice emblema del riscatto delle donne in pittura

Quella di Artemisia Gentileschi è la storia di una donna forte e determinata, una donna che ha saputo reagire ad una violenza sessuale, una donna che, vissuta nel Seicento, è riuscita ad affermarsi alla pari dei colleghi maschi (è difficile nel 2017, figuratevi quattrocento anni fa) e che è riuscita a fare della pittura il proprio mestiere. Dietro le tele di Artemisia, che ritraggono eroine bibliche e mitologiche in sontuose vesti e ornate da preziosi gioielli, si celano le tragiche vicende biografiche dell’artista alle quali, peró, la pittrice non si è mai arresa. 

La fanciullezza nell’età della Roma barocca

Figlia di Orazio Gentileschi, pittore di scuola caravaggesca originario di Pisa, e Prudenza Montone Artemisia era nata a Roma nel luglio del 1593. Primogenita di sei figli era l’unica femmina e come tale non indirizzata inizialmente all’attività pittorica verso la quale si mostrava, però, particolarmente incline. Infatti, fin da piccola, dimostrò un naturale talento artistico e un grande desiderio di imitare il lavoro del padre che a Roma possedeva una propria bottega. Artemisia si formò dunque sotto la costante guida di Orazio Gentileschi in quanto all’epoca alle donne non era permesso frequentare accademie o scuole. Come si apprende dalle testimonianze del padre e del suo apprendista Niccolò Bedino sin dal 1609, quindi dall’età di sedici anni, la Gentileschi dipingeva con grande abilità e in autonomia: era solita ritrarre l’amica e vicina di casa Tuzia insieme al figlio e praticare numerosi esercizi di pittura.

«Questa femina, come è piaciuto a Dio, avendola drizzata nella professione della pittura in tre anni si è talmente appraticata che posso ardir de dire che oggi non ci sia pare a lei, avendo per sin adesso fatte opere che forse i principali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere.»

– Orazio Gentileschi in una lettera a Cristina di Lorena (1612)

Artemisia sviluppò il suo precoce talento nell’ambito della vibrante scena artistica della Roma barocca, centro europeo ricco di stimoli recepiti dalla giovane artista. Intorno al quartiere degli artisti, dove risiedeva la famiglia di Artemisia, numerosi erano i cantieri architettonici avviati grazie alla volontà di papa Sisto V. Oltre alle scandalose opere di Caravaggio, che aveva raggiunto la fase più drammatica della sua pittura nelle grandiose tele di San Luigi dei Francesi e di Santa Maria del Popolo, la Roma dei primi decenni del XVII secolo vedeva protagonisti, tra gli altri, i Carracci con gli affreschi per la Galleria Farnese (1597-1604) e Guido Reni e il Domenichino con le opere nella chiesa dei santi Andrea e Gregorio al Celio (1609). La stessa casa dei Gentileschi veniva assiduamente frequentata dagli amici pittori del padre ed è probabile che Artemisia abbia avuto modo di conoscere personalmente il Caravaggio che, secondo le cronache dell’epoca, si riforniva presso lo studio di Orazio delle travi di sostegno necessarie alle sue tele. L’influenza del pittore lombardo su Artemisia era inizialmente mediata dalla pittura del padre Orazio, più mitigato nell’assumere le teorie radicali di Caravaggio. Altro modello fondamentale per la giovane artista era il maestro del Rinascimento Michelangelo Buonarroti che a Roma aveva lasciato, nel secolo precedente, opere di inarrivabile qualità.

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Susanna e i vecchioni (1611), Collezione Graf von Schönborn, Pommersfelden

La prima opera autonoma di Artemisia è la Susanna e i vecchioni del 1611 che documenta l’apprendimento degli insegnamenti del padre:  l’attenzione per il disegno anatomico, la modulazione sofisticata di luce e ombra e soprattutto il delicato accostamento dei colori, che caratterizzava lo stile di Orazio e Artemisia rispetto ai caravaggisti.

La violenza sessuale e il processo per stupro

Vicenda controversa e drammatica della biografia di Artemisia è la violenza sessuale subita nel maggio 1611 dal maestro di prospettiva e amico del padre Agostino Tassi e il conseguente processo intentato nel 1612 da Orazio Gentileschi contro l’amico e collega per lo stupro della figlia. Agostino, conosciuto per il carattere iroso e per trascorsi burrascosi, era giunto a Roma per la realizzazione della loggetta della sala del Casino delle Muse a Palazzo Rospigliosi in collaborazione con Orazio. Il pittore frequentava assiduamente casa Gentileschi tanto da divenire maestro di prospettiva della diciottenne Artemisia. Durante questi incontri il Tassi si infatuò della giovane e dopo aver cercato ripetutamente di sedurla senza però ottener alcun riscontro da parte della ragazza la violentò e stando agli atti del processo: “Agostino entrò in casa e se ne andò da Artimitia, et la trovò che dipingeva et con lei assisteva Tutia, et giunto che fu da Artimitia comandò Tutia che se ne andasse, et Tutia subito si levò et se ne andò di sopra, et in quel giorno proprio Agostino sverginò Artimitia”. Artemisia era stata dunque violentata con la tacita complicità dell’amica Tuzia, il tradimento dell’amica ferì tanto l’artista che la solidarietà femminile diverrà soggetto principale dei suoi dipinti. Con la falsa promessa di un matrimonio riparatore la giovane venne costretta al silenzio fino alla scoperta della verità che vedeva il Tassi già sposato con un’altra donna e dunque impossibilitato a prendere in moglie Artemisia. Paradossalmente, in seguito ad un lungo ed umiliante processo (durante il quale Artemisia venne più volte sottoposta a visite ginecologiche pubbliche e a torture), l’opinione pubblica si scagliò contro la pittrice accusata di essere una donna di facili costumi che, moralmente distrutta, venne costretta a trasferirsi a Firenze insieme al neo-marito Pierantonio Stiattesi.

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Le due versioni della Giuditta e Oloferne (la prima del 1612-1613 conservata al Museo di Capodimonte a Napoli e la seconda realizzata nel 1620 e conservata agli Uffizi di Firenze); i dipinti potrebbero contenere alcuni riferimenti alla violenza sessuale subita da Artemisia ritrattasi qui come Giuditta

Firenze, Genova e Venezia

A Firenze la pittrice si liberò della presenza ingombrante del padre e delle drammatiche vicende vissute in gioventù. Il periodo fiorentino riservò ad Artemisia molti successi, venne infatti introdotta alla corte di Cosimo II de’ Medici ottenendo opinioni favorevoli. Qui conobbe esponenti del ceto nobiliare e studiosi, in particolare fu sotto la protezione di Michelangelo Buonarroti il giovane, figura autorevole della Firenze seicentesca e bisnipote del famoso artista e intrattenne una relazione appassionata con Francesco Maria Maringhi, ricco rampollo di un’antica famiglia dell’aristocrazia fiorentina che l’accompagnerà per tutta la vita. Nel 1616, inoltre, venne ammessa all’Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze, prima donna ad ottenere tale successo dalla fondazione dell’Accademia avvenuta nel 1563. A Firenze l’artista, che aveva portato nel capoluogo toscano il gioco chiaroscurale e il realismo caravaggesco, si avvicinò ai modelli stilistici dell’Accademia fiorentina e della corte medicea iniziando a vestire le sue eroine con ricche stoffe e ornandole di gioielli, assorbendo il gusto di corte e mostrando la nuova posizione sociale acquisita a Firenze.

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Giuditta e la fantesca (1613-1614), Firenze, Palazzo Pitti, Galleria palatina
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Allegoria dell’inclinazione, (1615), Firenze, Casa Buonarroti

Dopo essere tornata a Roma per alcuni anni insieme ai figli (ma senza il marito dal quale si era separata poco dopo essersi stabilita a Firenze) in veste di pittrice professionista ammirata e stimata dai più Artemisia lavorò a Genova e a Venezia dove si stabilì e collaborò insieme al padre Orazio durante gli anni Venti del Seicento. Risalgono al periodo genovese la Lucrezia (1621) e la Cleopatra (1621-1622) a lungo conservate in collezioni genovesi. Sempre nella repubblica marinara i Gentileschi ebbero modo di conoscere personalmente Antoon Van Dyck.

 

Il periodo napoletano e l’esperienza alla corte di Carlo I d’Inghilterra

Nel 1630 la Gentileschi si trasferì a Napoli al secolo capitale del viceregno spagnolo e la più grande città d’Europa dopo Parigi sede, inoltre, di un’importante scuola caravaggesca nata dopo il soggiorno napoletano del maestro lombardo. Salvo la parentesi inglese e trasferimenti temporanei Artemisia si stabilì definitivamente nella città partenopea fino alla sua morte. Durante i primi anni del soggiorno napoletano all’artista vennero commissionate tre tele per la cattedrale di Pozzuoli quali San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli, l’Adorazione dei Magi e Santi Procolo e Nicea, oltre a queste importanti commissioni ecclesiastiche Artemisia realizzò opere per committenti italiani e stranieri.

Spinta dalla necessità di preparare la dote per la figlia Prudenza (pittrice e, probabilmente, l’unica sopravvissuta dei quattro figli avuti) Artemisia si recò a Londra nel 1638 presso la corte di Carlo I dove il padre Orazio operava già dal 1628. È testimoniato che, oltre all’incarico diviso con il padre della decorazione del soffitto della Queen’s House di Greenwich (allegoria del Trionfo della Pace e delle Arti), nella vastissima collezione di Carlo I fosse presente una tela di Artemisia di grande suggestione quale l’Autoritratto come allegoria della Pittura ora al Kensington Palace di Londra.

Tornata a Napoli nel 1642 Artemisia continuò a dipingere, risale a questo periodo il Trionfo di Galatea dipinto in collaborazione con Bernardo Cavallino.

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Trionfo di Galatea (1645-1650)

Vinta dalla cagionevole condizione di salute e dalle continue spese per dipingere che la obbligavano ad accumulare debiti Artemisia Gentileschi morì nel 1652 all’età di cinquantanove anni dopo una vita vissuta intensamente all’insegna dell’arte, della passione e del riscatto.

Giulia Pellegrino 

 

Fonti

  • T. Agnati, Artemisia Gentileschi in “Art e Dossier” n. 172, Giunti, 2001

 

 

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